Italia, il Paese che non riconosce il valore dei creativi. Intervista alla survivor Maria La Torre, fotografa di moda

maria la torreContinua il nostro viaggio nel mondo dell’arte e del lavoro. Troppo spesso questi due termini sono estremamente lontani l’uno dall’altro, soprattutto nel Bel Paese. Fai il grafico? Non sei retribuito. Fai il copy? Non sei retribuito. E la lista è ancora lunga. Nonostante la “prassi” del non riconoscere alcun budget al lavoro creativo – celebre lo spot #coglioneno – ci sono persone che non hanno ancora rinunciato a coltivare i propri sogni e le loro aspirazioni. E aggiungerei “per fortuna”. Immaginate una campagna di comunicazione senza fotografo, copy e grafico. Il risultato sarebbe probabilmente un cartellone pubblicitario di dubbio gusto, capace di attirare l’attenzione di chi lo scorge solo per la sua “inutilità”. Il ruolo del creativo è troppo spesso sottovalutato, senza comprendere che, invece, è il cuore del “guadagno”. Un prodotto che ha buone possibilità di successo, se lanciato sul mercato senza un’adeguata comunicazione verrà ignorato o fatturerà una minima parte del suo reale potenziale. Motivi per cui non esiste guadagno senza un team di “comunicatori esperti”.

Fortunatamente l’Italia è ricca di talenti che non vogliono abbandonarla. Dopo i registi in erba di Cinemage, ecco l’intervista a Maria La Torre, giovane fotografa di moda nostrana che, attraverso il suo obiettivo, ha catturato e valorizzato modelle e attori. E a quanto pare non vuole fuggire dalla sua terra natia perché crede ancora in questo Paese e nella sua “redenzione artistica”.

Giovanissima, hai già lavorato per magazine celebri come Donna moderna e Vogue on-line. Come sei riuscita a farti strada in questo ambiente selettivo e restio ad accogliere nuovi talenti?

Grandi soddisfazioni con tanti magazine – da Vanity Fair a Maxim, da Grazia a Io Donna – e punto sempre più in alto, un giorno spero arrivi anche Vogue. Ambiente selettivo e restio, hai detto bene. In realtà non lo so nemmeno io e quando me lo domandano non so mai come rispondere. E’ arrivato per caso, un giorno un contatto e il giorno dopo un altro ancora, fino ad arrivare alle riviste. Senza dubbio l’aiuto di facebook è stato essenziale nel diffondere le mie immagini.

Qual è lo scatto grazie al quale sei riuscita a farti notare dai brand più importanti?

Domanda difficile. In realtà non credo di essere mai stata notata per un singolo scatto. Quello che tutti mi ripetono è di avere uno stile mio, che riesce a distinguersi dalla norma, e soprattutto mi elogiano per le foto in esterno. Mi è stato detto che, spesso, riesco a rendere “tutti bellissimi”. Non comprendo fino in fondo cosa possa significare, io non faccio altro che cercare di capire chi ho davanti e fotografargli l’anima.

Puoi spiegarci come si realizza una fotografia di moda dalla A alla Z?

Per prima cosa circondarsi di uno staff che sia in totale sintonia. Ci vuole un po’ di tempo per arrivare ad ottenere l’”armonia perfetta”, ma ad oggi, almeno nel mio caso, riesco a guardare i miei collaboratori negli occhi e a capire ciò che vogliamo realizzare senza nemmeno parlarci. In effetti non siamo neanche così tanti: io sono un po’ dell’idea “pochi ma buoni”. Poi, sono una patita del dettaglio e a volte anche una gran “rompiscatole”, ma il mio lavoro deve rimanere comunque un divertimento. Prediligo la luce naturale e quando sono in studio realizzo immagini con 1/2 flash, nulla di complesso. Chiaramente la bellezza del soggetto e la bravura nel posare contano molto, oltre che una bella location, la professionalità di un Make-up artist, Hair-stylist e stylist che indirizzano l’immagine verso la perfezione. La cosa fondamentale è non cadere mai nel volgare. D’altronde basta guardare le riviste di moda: credo che mi abbiano profondamente condizionata. Mi piace vedere il fashion ovunque, anche quando guardo un paesaggio ormai immagino la modella posizionata chissà dove, deformazione professionale.  Per terminare, è fondamentale una buona post-produzione: che sia glamour e, se serve, anche esagerata, l’importante è che non si veda. Niente occhi bionici o cose simili.

Tenendo presente che ci troviamo in un contesto lavorativo in cui le arti visive non pagano, hai scelto di fare la fotografa volontariamente o ti sei trovata per caso a scattare?

Ho deciso di fare la fotografa per scelta, non potrei vivere senza. Non è mai stato un hobby, vivo di questo e non mi piace non poter pagare i miei collaboratori, per questo il 90% delle volte non lavoro senza budget. L’artista è comunque una figura professionale, anche se nel nostro Paese non è presa sul serio rispetto agli altri ruoli: nessuno va in un ristorante chiedendo di assaggiare il cibo gratuitamente, con la sola promessa di fare pubblicità alla cucina prelibata, mentre con un creativo si sentono autorizzati a farlo. Purtroppo è anche colpa nostra se ad oggi in Italia siamo arrivati a regalare le nostre qualità senza considerare più la meritocrazia. Non mi sento arrivata, né così famosa, ma trovo maleducato che qualcuno possa chiedere a chi vive, come me, di arte, di lavorare gratis. Amo la moda più di qualsiasi altra cosa al mondo e scatterei tutti i giorni una persona diversa, ma ci tengo a sottolineare che, anche se mi spiace, chi lavora nel settore dell’arte deve essere retribuito.

Guardando le tue foto si nota subito il tuo stile variegato: passi da paesaggi naturalistici a location urbane agevolmente. In questa varietà di generi qual è il “particolare” che contraddistingue il tuo stile?

Come già detto, non organizzo quasi mai le idee prima e se a volte lo faccio, poi, quando mi trovo sul momento, cambio tutto di nuovo. Quindi non serve a molto. Una volta che il soggetto è pronto, e già durante la preparazione sono sempre presente e pignola (riconosco di essere un po’ esagerata, a volte, ma il mio staff oramai mi conosce), lo guardo e nella mia testa si materializza la foto: la vedo già finita, tutto poi viene naturalmente. Non creo un particolare, ma tutti riconoscono le mie foto. Forse dovremmo chiedere a chi mi segue cosa mi distingue. Potrei azzardo l’uso dei colori o il fatto di essere una donna, ma la moda è “donna”! Scherzo ovviamente.

In alcuni tuoi scatti si rintraccia un pò dello stile “fiabesco”di Tim Walker. A chi ti ispiri per i tuoi lavori?

Grazie mille, è un bellissimo complimento, ma credo di essere ancora molto lontana dal “mito”. Tim Walker è un artista così grande, ne ho di strada da fare. In realtà non mi ispiro a nessuno: sfoglio i giornali perché mi piace farlo e la moda si insinua nella mia testa, è così da sempre. Ammiro tantissimi fotografi, maggiormente giovani, chiaramente non scredito i grandi del tempo. L’ispirazione è anch’essa un fattore naturale, che nasce per contaminazione involontaria.

Qualche anticipazione sui tuoi work in progress?

Ogni volta che svelo qualcosa, poi va tutto al contrario. Ci sono molte cose in ballo, ma sono un pochino scaramantica. Di sicuro non abbandonerò mai la moda e tutti i ragazzi che vengono da me per realizzare i loro book. Sono partita da lì, eppure è ancora la cosa che più amo fare. Mi diverto e sto serena, li bacchetto e li faccio ridere, ma li amo con tutta me stessa. Ci divertiamo tantissimo, mi piace coccolarli e farli sentire delle star.

Il tuo lavoro ti porta a viaggiare spesso. Durante le tue trasferte hai notato delle differenze sostanziali tra il modus operandi nostrano e quello dei tuoi colleghi stranieri?

Mi sono trovata da poco a realizzare un editoriali a Xi’an, in Cina, lì è stata un po’ drammatica. Ovviamente non per i collaboratori, quanto per l’idea di moda che hanno. Ma alla fine è andato tutto liscio e abbiamo fatto un buon lavoro. In genere non noto grandi differenze.

Un consiglio per chi ha deciso di intraprendere il tuo stesso percorso?

Al momento la situazione è difficile, ma lo è in qualsiasi settore. Noi artisti siamo i più emarginati, ma non ci rendiamo conto che siamo anche i più forti. Abbiamo il nostro “prodotto” da poter mostrare che ci rappresenta e ci descrive. Non demordete e preparatevi ad un continuo rinnovamento. Soprattutto trovate il “vostro io” e rendetelo “immagine”. Non siate mai la copia di qualcuno. Inevitabilmente un’immagine si imprime nella testa, ma facciamola diventare nostra, rivisitandola attraverso il gusto personale. Poi divertitevi, sul serio, lavorando sempre con precisione e professionalità: secondo il mio motto “un artista annoiato è un artista morto”.

Per seguire tutti i lavori di Maria consulta questo link.

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Cinemage: la prova che i sogni possono diventare realtà se perseguiti con costanza e pazienza.

5 (1)Nell’Italia degli anni ’90 c’era una credenza molto particolare sul lavoro retribuito: per trovarlo era fondamentale iscriversi all’Università. Le giovani menti fresche di maturità e certe di questo “dogma”, si districavano tra prove di ammissione e information day alla ricerca degli Atenei più conformi alle loro attitudini. Il “dogma” però non era chiaro su alcuni punti che, ahimè, sarebbero venuti alla luce solo in un secondo momento. Le facoltà che avrebbero portato lavoro e guadagno agli studenti freschi di studi erano solo poche elette: giurisprudenza, ingegneria, economia e, anche se con meno adesioni rispetto alle precedenti, chimica. Uno scenario chiaro e arido. Che ne era dell’arte, della cultura e dello spettacolo? Nessun nuovo Shakespeare avrebbe portato in scena drammi e commedie, nessun talentuoso Fellini avrebbe prodotto nuove pellicole, nessun Calvino avrebbe scritto Lezioni Americane, nessun Massimo Vignelli  avrebbe realizzato lo slogan “Design is one”. Un mondo fatto di numeri, rigidi calcoli e ferree leggi, dove non c’era spazio per l’arte. Nonostante l’ambito lavoro scarseggiasse in queste discipline, le facoltà umanistiche brulicavano di menti votate alle arti visive e alla letteratura: designer, sceneggiatori, scrittori, musicisti e tanti altri ancora. Il loro amore per questi mondi era più forte e grazie ad esso sono riusciti ad ottenere risultati brillanti, comprovando ancora una volta che l’umanità ha bisogno della cultura in tutte le sue forme.

2014. Si apre uno scenario decisamente più drastico in questo ambito: la cultura non paga. Pensate che un lavoro precario e la certezza di un futuro in bilico abbiano fermato chi crede fermamente nell’arte? Ovviamente no. Seppur in minoranza, esistono ancora i visionari che hanno investito la loro vita in questo ambito e non mi sono o lasciata scappare l’occasione di intervistarne una valida rappresentanza. Il gruppo torinese Cinemage, formato da giovani professionisti del campo cinematografico, lavora arduamente per produrre progetti artistici e culturali (documentari, videoclip, cortometraggi, film ecc…) e ci ha spiegato come inseguire i propri sogni sia una scelta quasi obbligata – ndr solo per i più coraggiosi aggiungerei.

Uno dei progetti più riconosciuti dell’Associazione Cinemage è il documentario Storia di 1 tram. Come è nata l’idea di realizzare una “storia d’epoca”?

Il tram numero 1 era la circolare che, negli anni ’30, univa il senato accademico torinese, trasportando da una parte e l’altra della grande Torino alcune figure storiche protagoniste nell’Italia dell’epoca: da Einaudi a Levi fino al filosofo Solaris. Tra i passeggeri che quotidianamente usavano la circolare per spostarsi vi era anche un giovanissimo Massimo Ottolenghi, oggi centenario avvocato torinese, che quel tram lo ricorda principalmente come un affollato circolo culturale dove le grandi personalità dell’epoca discutevano gli argomenti più svariati: dal vino alle previsioni di guerra. Lui stesso in quel contesto aveva un ruolo ben preciso: nascondere i giornali antifascisti dentro ai suoi giornaletti per permetterne la diffusione nel tram evitando i sospetti del regime. Proprio dall’ascolto e dall’interesse per i ricordi e i racconti di una Torino così bella e piena di storie meravigliose nasce l’idea di poter raccontare a nostra volta, riportando alla vita con fedeltà una realtà ormai gelosamente custodita solo nei musei.

Chi vi ha aiutato a sviluppare il progetto?

All’inizio l’intero progetto è stato supportato unicamente dall’associazione Cinemage. Successivamente sia la GTT che l’ATTS – Associazione Torinese Tram Storici, ci hanno dato il loro appoggio, e recentemente la città di Torino ci ha fornito il patrocinio. Ovviamente il lavoro non è finito e siamo consci che avremo bisogno di altri aiuti, tanto da aver già cominciato a programmare e studiare altre forme di fundraising che possano permettere al documentario di arrivare sino all’ultimo step della distribuzione. La strada è ancora molto lunga ma siamo fiduciosi nelle nostre capacità e nelle strade che il progetto ci sta aprendo.

Dopo le pellicole, state proponendo anche alcuni lavori online. Differenze sostanziali tra il pubblico del grande schermo e quello della rete?

In realtà la nostra avventura online è solo all’inizio, stiamo pian piano cominciando ad uscire con fatica da una visione del cinema strettamente legata alle sale, alla quale eravamo nostalgicamente legati, progettando un nuovo modo di distribuire e proporre i nostri progetti. Un primo esperimento lo abbiamo da poco terminato, trasformando il corto “Tutti dormono” in una mini web-serie di tre puntate, che nonostante la “forzatura” è riuscita a guadagnarsi il suo pubblico. Le nuove strade di Cinemage parlano invece di nuove produzioni totalmente scritte e destinate al web, con lo scopo di ritagliarsi una porzione di spazio in un nuovo palcoscenico in cui abbiamo veramente tanto da mostrare e dimostrare. Un nuovo linguaggio, dei tempi e delle sceneggiature studiate ad hoc saranno la chiave per una parallela produzione Cinemage 2.0.

Permettetemi un’acre considerazione: il mercato cinematografico italiano odierno è affollato da registi che nulla hanno a che vedere con gli storici Fellini e Rossellini – non me ne vogliano Muccino e compagnia – e ciò è determinato anche da un cambiamento sostanziale dei gusti del pubblico, più incline alla risata che alla riflessione. In questo scenario il team di Cinemage dove si colloca (sceneggiature leggere o impegnate)?

I vari Rossellini, Fellini & co hanno avuto la grande fortuna di poter fare cinema in un periodo storico favorevole, dove gli argomenti da trattare erano le difficoltà di un paese che stava esplorando la propria identità, creando terreno fertile ai creativi dell’epoca. I registi di oggi si trovano ad affrontare un pubblico diverso che spesso brama attimi di puro svago e ciò diventa un limite per il mondo cinematografico che, invece, tende esclusivamente a creare pellicole “facili” e a dare possibilità solo a nomi già conosciuti in modo da agevolare la vendita dei biglietti nelle sale. Nonostante ciò, è giusto sottolineare che esiste anche un cinema forte ed impegnato che, pur preferendo vie più indipendenti, non si è rassegnato nella “battaglia contro il cinepanettone” e continua a suo modo a trattare argomenti di grande importanza.

In questo scenario Cinemage si impegna a realizzare sceneggiature abbastanza impegnative, dal punto di vista concettuale, filosofico e sociale. L’idea che sta alla base del gruppo, “Saper fare e far conoscere”, non lascia spazio a pellicole facili, ma indica chiaramente la voglia di voler portare con ogni lavoro un messaggio sempre nuovo e diverso, principio base dell’arte cinematografica.

Nell’industria cinematografica i finanziamenti destinati alla realizzazione delle sceneggiature sono quasi sempre a favore di progetti di indubbio successo. Esistono degli enti in Italia, come il Giffoni Film Festival, disposti a sovvenzionano le idee di Associazioni come la vostra?

Alcune realtà ancora oggi danno una mano ai giovani registi e sceneggiatori, nel nostro caso ad esempio è stata di rilevante importanza la collaborazione con la Film Commission di Torino che gestisce la realtà delle produzioni torinesi supportando le associazioni del territorio. Per quanto riguarda i finanziamenti, invece,  il discorso è sicuramente più complesso: devi bussare a tante porte, sperando di riuscire a trovare quella giusta.

Come riuscite a sovvenzionare i vostri progetti? Avete degli sponsor o vi autofinanziate?

Per adesso molti dei nostri progetti sono stati sorretti dalla passione di chi negli anni ha lavorato con noi. Ciò dicendo non ci riferiamo solo all’autofinanziamento, una pratica che i soci più stretti hanno più volte adottato, ma anche all’impegno di molti professionisti e appassionati che hanno dedicato intere giornate di lavoro sui nostri set per contribuire alla realizzazioni delle nostre pellicole. Qualche progetto extra-cinema come ad esempio spot pubblicitari o videoclip musicali ci ha permesso delle entrate in cassa, ovviamente reinvestite per l’associazione stessa.

Proiettiamoci nel futuro. Ci sono buone possibilità di sviluppo in Italia nel settore?

Dato il periodo e la situazione sembra da folli oggi poter investire su qualcosa di poco materiale come l’arte, nel nostro caso cinematografica. Tuttavia adattandosi al contesto e provando a svilupparsi in maniera polifunzionale, affiancando ai progetti prettamente di tipo cinema lavori di altra natura, si riesce ad avere possibilità di sviluppo e ad andare avanti con coraggio. Stiamo credendo nell’Italia anche noi.

Andiamo sul personale: chi sono i membri di Cinemage e come è nata l’Associazione?

L’associazione Cinemage nasce concretamente con l’inizio della collaborazione di Alessandro Genitori ed Elis Karakaci con la doppia regia nel cortometraggio “Ceci n’est pas”. Successivamente, con due dei loro più stretti collaboratori di allora, Marco Coladagelli e Giovanna Guerrisi, che, su un tovagliolo in un bar di Gualdo Tadino in Umbria, iniziano ad ideare una associazione che potesse essere punto d’incontro tra le loro diverse competenze. Vi sveliamo un piccolo aneddoto: “MAGE” deriva dai loro nomi, Marco, Alessandro, Giovanna ed Elis.

L’associazione Cinemage oggi è composta da una trentina di iscritti ed un centinaio di appassionati. Il team che attivamente si occupa della realizzazione dei progetti è composto da: Alessandro Genitori, Elis Karakaci, Riccardo Farinasso, Alessandro Cugno, Bianca Genitori, Anca Nita e Carmelo Traina. Professionisti provenienti da diversi campi della comunicazione e capaci dunque di creare da sé un centro autonomo e completo di tutto, pronto per la produzione. A questi, durante i lavori, si affiancano spesso altre figure in aggiunta che contribuiscono a completare perfettamente la struttura del gruppo.

Che consiglio dareste a chi, come voi, ha scelto di seguire la passione per il cinema e desidera sfondare in questo campo?

Il consiglio, in questo caso come per tutti i casi basati su un sogno da inseguire e realizzare, è quello di non demordere, mettercela tutta e mettersi alla prova in ogni situazione dando il massimo. Ogni esperienza fatta è un punto guadagnato e permette di poter continuare la scalata con maggiore consapevolezza e capacità. Nulla può e deve essere considerato inutile in un campo di produzione in cui ormai è richiesto “saper fare di tutto”. Nel suo ultimo capolavoro il maestro Miyazaki dice che “i sogni contengono sempre un elemento di pazzia”, basta darle un nome chiaro e imparare a seguirla, quella è la chiave.

Cinemage, la prova che i sogni possono avverarsi se plasmati con costanza e dedizione.

E vissero per sempre infelici e scontenti

E se non ridono nemmeno più i cartoni….

Fools Journal

Se i più famosi personaggi delle fiabe Disney vivessero in questa epoca, avrebbero ben poco di cui essere felici: a dimostrarlo, ci ha pensato l’artista newyorkese Jeff Hong, il quale nella serie “Unhappily Ever After” ha riattualizzato le loro storie nel mondo contemporaneo per mettere in evidenza importanti problemi sociali. Bella de “La Bella e la Bestia”? Alle prese con la chirurgia estetica. Bambi? Imbalsamato all’interno di una ricca casa. Remy di “Ratatouille”? Utilizzato per esperimenti sugli animali. Ariel de “La Sirenetta”? Ricoperta dai rifiuti dell’oceano. Alice? Un’eroinomane. E vissero per sempre…infelici e scontenti.

http://disneyunhappilyeverafter.tumblr.com/

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Oltre il pop c’è di più: campagna di educazione musicale che bandisce il pop

Fenisia 2Le radio trasmettono pop, le case discografiche producono pop, la maggior parte del pubblico italiano ascolta solo musica pop. Partendo dal presupposto che non ho nulla contro queste genere, è indubbio come la sua massiccia presenza nel Bel Paese impedisca la trasmissione e la conoscenza di altri generi musicali – e non venite a dirmi che Vasco e Ligabue fanno la differenza, hanno appeso il rock al chiodo e adattato il loro stile in base a quello che il “mercato principale” richiede. La mia ambiziosa campagna Oltre il pop c’è di più vuole portare in luce l’esistenza di altre sonorità completamente sconosciute alle orecchie del pubblico radiofonico, costretto ad ascoltare ripetutamente le principali Hit del momento (ovviamente catalogabili nella sfera del pop). Sperimentazione e mescolanza sono le parole chiave di ogni mercato discografico che si rispetti e di questa campagna, come amo ironicamente definirla. E non esiste modo migliore di investigare nuovi generi se non quello di chiedere direttamente alla fonte. Dopo l’intervista al promettente batterista dell’Umbria Jazz e al re della fisarmonica, è giunto il momento di passare al terzo capitolo di questa vicenda: il metal. Non essendo un’esperta in materia – ci tengo a presentarvi solo fonti di prima scelta – ho fatto il terzo grado al gruppo metal, rigorosamente nostrano, che da mesi controlla i primi posti della classifica Reverbnation e che a breve si esibirà al Rometal MMXIV, festival capitolino dedicato al metal: i Fenisia. Il leader del gruppo, Nic Ciaz, ci ha raccontato chi sono i Fenisia e perché hanno scelto di fare metal in un mondo pop.

ps: astenersi dalla lettura se votati al pop

Domanda di routine: chi sono i Fenisia?

Nic Ciaz, voce e chitarra solista; Lian Ciaz, chitarra ritmica; Liquido, bassista; Tig Smith, batterista (ndr, sono dei nomi d’arte ovviamente).

Come e quando nasce il gruppo?

Tra il 2007 e il 2008, è stato come rinascere. Infatti le basi dell’ attuale formazione provengo da un passato ormai lontano, è questo uno dei principali motivi per cui abbiamo scelto di chiamarci Fenisia. Ovviamente il nome del gruppo deriva da Fenice, più precisamente ci siamo ispirati al luogo immaginario dove muore e poi risorge. 

Perché avete scelto di fare metal in un contesto musicale in cui a farla da padrone sono sonorità più morbide?

Proprio per distinguerci potrei rispondere, ma in realtà non è così. Stiamo facendo esattamente ciò che amiamo fare di più: creiamo e suoniamo quello che ci ha sempre affascinato, un hard rock ai confini con il metal. Il resto sarebbe stato solo una costrizione, uno sforzo che quasi certamente non ci avrebbe portato da nessuna parte e che, probabilmente, ci avrebbe diviso. È noto infatti che le vere passioni accomunano le persone e spesso generano legami indissolubili, come è successo a noi.

In una recente intervista per Tempi Dispari avete dichiarato di fare “metal illuminista”. Potete spiegare meglio il concetto?

Per quanto arduo è sempre un piacere rispondere a questa domanda. Sappiamo che in un brano ci sono due fondamentali contenuti: la melodia e il testo. Quest’ultimo, per quanto ci riguarda, ne è anche la filosofia e il pensiero della band. La combinazione del sound, che verte in un hard rock a sfondo metal, affiancata ad un ideale che trae le sue origini dalla razionalità, figlia dell’Illuminismo, genera il nostro Enlightened Metal. Inoltre, il concetto illuministico ci accompagna a partire dal nostro nome e dalla celebrazione della Fenice. Se da un lato la simbologia è affine all’essere unici nel proprio vivere e creare, di Fenice ne esiste sempre un unico esemplare e da qui l’appellativo “semper eadem” (sempre la medesima). Senza contare che la mitologia incorona l’uccello sacro come emblema della Sapienza e le nostre idee sposano perfettamente questo pensiero. Il tutto sfocia poi nel motto illuministico di Immanuel Kant “sapere aude” (il coraggio di essere saggio). Diciamo che tutti i testi dei Fenisia si sviluppano intorno alle idee di questo movimento. In particolare l’album Lucifer racchiude il pensiero illuminista: dieci brani dal sapore melodico del Southern Rock, contornati da un Metal possente e costellato di messaggi affini alle radici delle idee illuministe e scientifiche.

Siete tra i primi posti in classifica su Roma secondo i dati di Reverbnation. Oltre a una maggiore visibilità, quali altri incentivi vi ha permesso di raggiungere questo risultato?

Un’ottima connessione tra i nostri siti e il pubblico di internet. Tutte le news sul gruppo raggiungono velocemente i siti interessati. L’ interazione istantanea è necessaria per farci conoscere e Reverbnation si è dimostrato uno strumento fondamentale in questo senso.

Soddisfiamo la curiosità dei vostri fan. A quando il prossimo album?

Il prossimo album uscirà ad ottobre, preceduto da un video e da due live che utilizzeremo per presentarlo al pubblico. Naturalmente è incentrato su concetti di stampo illuminista, come era già successo per Lucifer. Il nome sarà Fenisia Cafè, proprio come i luoghi – il principale era il Cafè Le Procope di Parigi – dove i fondatori dell’illuminismo, in segretezza, si incontravano e si consultavano.

Sogno nel cassetto di una rockstar?

Senza essere pretenziosi e scontati, direi che una bella tournée negli Stati Uniti sarebbe un grande risultato e un’ immensa soddisfazione.

 

Per essere sempre aggiornati sull’attività dei Fenisia consultare il sito http://www.fenisia.com/

 

Alla prossima puntata della campagna non convenzionale Oltre il pop c’è di più

 

Il re della fisarmonica: Marco Lo Russo prosegue il suo tour mondiale

Marco Lo RussoWorld MusicTango, Jazz, elettronica. Sonorità completamente slegate tra di loro e solo un nome a unirle: quello di Marco Lo Russo. Musicista di fama internazionale – vanta collaborazioni con artisti del calibro di Nicola Piovani e Leo Brouwer –, Marco Lo Russo è continuamente in bilico tra il palcoscenico e le quinte: a volte si esibisce da protagonista, altre accompagna sulle note della sua fisarmonica gli artisti da lui prodotti. Recentemente il musicista ha fondato una sua produzione musicale, Rouge, portando in auge artisti di talento come la polacca Agnieszka Chrzanowska, la francese Eva Lopez e la cantante dance In-Grid. Un artista eclettico che ha deciso di provare tutte le vesti della musica: da fisarmonicista a compositore, da arrangiatore a produttore, da musicologo a docente di conservatorio e, infine, produttore.

Numerosi premi costellano il suo percorso musicale – tra i più recenti ricordiamo il Premio Nino Cepollaro e il Premio Speciale Cultura Albatros – e l’artista non sembra voler arrestare la sua ascesa nel campo. <<Marco Lo Russo ama la musica – dichiara la critica russa Dina Mukhamedzyanova – perché è il linguaggio attraverso il quale esprimere se stesso>>. E dopo averlo intervistato non posso che confermare queste parole. 

Marco Lo Russo, un’eccellenza del Made in Italy che piace tanto all’ estero. È da poco nato un tuo funclub internazionale (fondato da fans inglesi e statunitensi): ricevi maggior riscontro di pubblico all’estero o in Italia?

MLR: Sinceramente viaggiando così tanto non è facile orientarmi. Mah, a parte gli scherzi, il riscontro è sempre positivissimo sia in Italia che all’estero, con delle piccole differenze. Il mio percorso artistico è sicuramente outside rispetto ai tradizionali step della World Music/Jazz e della musica Classica e questo comporta già di per se fatti fuori dai canoni. All’estero la cosa che trovo molto interessante è l’eterogeneità del pubblico partecipante. È fantastico trovare ai miei concerti amanti del Rock/Metal, cultori del Jazz, della musica Classica e cantautori impegnati. Quello che mi affascina è la curiosità, il senso critico e la ricerca di proposte sempre innovative con cui si pone il pubblico all’estero, alimentando continuamente la mia creatività e il desiderio di espressione.

Sappiamo che hai in serbo numerose esibizioni e progetti nel campo del cinema. Puoi darci qualche anticipazione?

MLR: Tra i principali live internazionali in programma sono lieto di prendere nuovamente parte al Festival Internazionale di Musica da Camera Leo Brouwer che si terrà gli ultimi di settembre e la prima settimana di ottobre a Cuba. Molto probabilmente a fine ottobre farò nuovamente ritorno in Sud America per un nuovo progetto. Attualmente sto preparando il nuovo concept per fisarmonica ed elettroacustica e, contemporaneamente, sto lavorando alla composizione di due colonne sonore. La prima per un film indipendente negli USA in veste di co-compositore e performer, la seconda, interamente a mia cura, farà da cornice ad una pellicola che sarà presentata al Festival di Berlino e al Festival di Cannes il prossimo anno. Per scaramanzia non vorrei aggiungere altro però.

Hai da poco fondato una tua produzione artistico/musicale con uno studio di registrazione: Rouge (Rouge Sound Production). Dopo il successo del singolo Nostalgia i Ty con Agnieszka Chrzanowska, quali altre produzioni hai in serbo per il nuovo anno?

MLR: Sono molto contento di questo passo che ho intrapreso, sempre con molta umiltà, perché mi permette di svincolarmi dai classici tempi full immersion di produzione. Nel mio studio riesco a levigare la materia con tempi strettamente personali. Attualmente sto lavorando a diversi progetti con artisti stranieri, ma non voglio ancora svelare la loro identità, sarà una sorpresa .

La tua musica è stata definita sacra e profana allo stesso tempo. E al sacro sei profondamente legato. Dopo esserti esibito per Papa Francesco, Papa Benedetto e per l’Ostensione della Sacra Sindone nel Duomo di Torino in mondovisione, è previsto un concerto a Roma nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli con Agnieszka Chrzanowska (patrocinato dell’ambasciata Polacca presso la Santa Sede Vaticana) in occasione dell’inaugurazione del Museo Casa Natale di Papa Giovanni Paolo II. Come nasce la tua musica in relazione alla sfera sacra?

MLR: Il proprio cammino personale è di per se sacro. La ricerca sul dove andare e la direzione da prendere parte da una profonda consapevolezza sul senso del mistero. Sapere chi e cosa si è non può prescindere dalla conoscenza, dallo studio e dalla ricerca sulla tradizione, ma questo non basta. Provenendo da una preparazione classico accademica le mie ricerche partono sempre dallo studio delle tradizioni, dell’antropologia, dagli usi e costumi. Tutto questo deve vivere in comunione con fede e rispetto verso il creato. Il desiderio e lo scopo creativo mi spinge in molteplici direzioni con un mix di ricerca che sposi il presente e il passato con risultati molto affascinanti, accompagnati però sempre dalla fede. Per me la musica è uno strumento di descrizione interiore e essa non ha relazione in merito alla sacralità ma ne è un tutt’uno.

Tra i tuoi lavori vanti numerose collaborazioni di genere, come Italian Jazz Cocktail. Sai districarti agevolmente tra più stili musicali. Tra questi quale preferisci e, se ci sono, hai altre collaborazioni in serbo?

MLR: Come disse Rossini e non solo lui, la musica esiste solo di due tipi: bella e brutta. Le mie preferenze musicali sono molto diversificate semplicemente per pura curiosità. Sono molto curioso della vita e in particolare della materia sonora. Questo mi spinge a cercare, ascoltare e guardarmi continuamente intorno. Se proprio dovessi dare una direzione ai miei gusti personali direi che prediligo i linguaggi improvvisati (Jazz e affini). Tra i diversi progetti ho in serbo un disco totalmente dedicato alla canzone e alla chanson con l’artista italo francese Robert MC Brillant.

Passiamo a delle domande più crude. Il mercato musicale italiano – tendenzialmente orientato a sonorità pop – risponde positivamente a un genere particolare e, riprendendo le parole del critico Max Sannella in riferimento all’album Modern Accordion, che ha il “gran gusto della classe” come il tuo?

MLR: Il mercato musicale italiano in realtà non è un mercato. La parola stessa mercato prevede uno scambio che, se pur esiste in puri termini merce-soldi, è totalmente assente per quanto concerne la scelta del materiale. Noi acquistiamo e ascoltiamo quello che più ci è familiare, ma quello che ascoltiamo è imposto e non scelto volontariamente. Ascolto molto la radio, ma soprattutto nelle ore notturne, in cui esiste un mercato e di gran classe. Fortunatamente la distribuzione online facilità la diffusione anche di altri generi e questo permette di veicolare prodotti artistici anche come i miei – sicuramente più di nicchia – con molta facilità. Personalmente posso dire di avere un riscontro positivo dal punto di vista delle vendite sul mercato italiano e anche durante i concerti ho riscontrato un consenso di pubblico unanime. Mi capita spesso di sentire a fine concerto: “non pensavo che con la fisarmonica si potesse fare anche questo!”.

La “musica è il mezzo attraverso il quale esprimere se stessi”. Come hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?

MLR: In realtà ho intrapreso per caso il mestiere di musicista ed è stato come trovare “il letto migliore nel quale dormire”. Ti senti bene e appagato. Grazie alla musica ho questa sensazione di benessere che cura l’anima. Scoprire la musica è stato il passo che mi ha permesso di capire che l’arte delle sette note sarebbe diventata la mia strada umana ed emotiva.

Quando hai iniziato il tuo percorso da musicista ti sei discostato dai classici strumenti e hai preferito approfondire lo studio della fisarmonica. Come mai questa scelta particolare e, considerati i risultati, vincente?

MLR: Non sono un tipo abitudinario e per indole adoro la ricerca. La fisarmonica è stata una scoperta bellissima, nata per caso: piaceva a mia nonna materna. Quando mi sono reso conto che non è lo strumento che crea, ma chi suona lo strumento, tutto è stato fluido e naturale. Il fatto di suonare la fisarmonica, pur se all’inizio poteva essere anche motivo di derisione da parte dei miei coetanei, è stata sicuramente la mia particolarità. Non ho mai pensato di essere un fisarmonicista, ma semplicemente un amante della musica.

Domanda di routine per ogni musicista che passi dal mio blog. Una possibile soluzione per aprire il mercato discografico italiano a nuovi generi musicali?

MLR: E’ tutto un fattore di necessità. Se una cosa diventa necessaria sarà ricercata. Fino al momento in cui non si svilupperà il desiderio di ascolto – e non il semplice sentire – sarà difficile. Ma non impossibile. Basterebbe poter effettuare, attraverso i mass media, delle programmazioni musicali diversificate il più possibile. In questo modo sarebbe possibile scegliere veramente con coscienza e, soprattutto, senza nessun tipo di strumentalizzazione.

Se potessi dare un consiglio a un giovane musicista italiano, cosa gli suggeriresti per la sua formazione?

MLR: Quello che direi a un calciatore. Vuoi giocare?  Bene, gioca dalla mattina alla sera. Vuoi suonare? Allora suona dalla mattina alla sera! A parte gli scherzi, sicuramente frequentare dei corsi in Conservatorio per avere una solida base di conoscenza accademica e, soprattutto, suonare insieme ad altri nelle situazioni e nei generi più diversi sono le soluzioni migliori per diventare un buon musicista. Tutti possono avere talento e gusto, ma per divenire un professionista si necessita di molta esperienza sul campo, possibilmente con l’ausilio di altri musicisti. Solo il sano confronto ci porta a crescere e a diventare ogni giorno persone migliori e un giorno, forse, anche artisti migliori.

Per essere sempre aggiornati sull’attività di Marco Lo Russo è possibile consultare il sito http://www.marcolorusso.com

Ricordi estivi

Ricordi estivi

Le vacanze volgono al termine e per non dimenticarle ho immortalato ogni istante di questa (piovosa!) summer 2014.

Piccola anteprima – perdonate la scarsa qualità dell’immagine, i cellulari fanno quel che possono – con vista sul mare…dove sono?

A breve vi svelerò il segreto 😉